Giorno: 3 Aprile 2018

Marzo è il mese dell’endometriosi, una patologia cronica invalidante che si associa a varie complicanze, tra cui l’infertilità

 

In tutto il mondo marzo è il mese dedicato all’endometriosi, che quest’anno è culminato con la “Giornata Mondiale dell’endometriosi” – tenutasi sabato 24 marzo -, ossia l’evento clou istituito ad hoc per sensibilizzare le persone su questa malattia.

L’endometriosi è una malattia cronica dolorosa e complessa che colpisce il tessuto che costituisce la parte interna (cavità) dell’utero, chiamato endometrio, da cui il nome “endometriosi”. La malattia origina quando il tessuto endometrio è presente anche al di fuori dell’utero dove non dovrebbe esserci, ad esempio nell’addome, nelle ovaie e nelle tube ovariche. Essendo un tessuto tipico dell’utero e quindi sensibile agli ormoni femminili, l’endometrio “ectopico” (cioè presente altrove al di fuori dell’utero) continua a reagire e a rispondere alle variazioni ormonali che si verificano ad ogni ciclo mestruale, ispessendosi. Ciò provoca rigonfiamento degli organi in cui si trova, con emorragia interna, rottura dei tessuti e infiammazione degli organi colpiti e comparsa di forti dolori, problemi intestinali e di aderenze e, nel 30-40% delle pazienti, problemi d’infertilità.

L’endometriosi è tutt’altro che una patologia poco frequente: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10-15% delle donne in età fertile soffre di endometriosi. Solo in Italia i casi di endometriosi sono 3 milioni, generalmente appartenenti alla fascia d’età tra i 25 e i 35 anni; purtroppo la malattia viene diagnosticata con ernome ritardo, mediamente dopo 7 anni.

Oltre al rilevante impatto epidemiologico, l’endometriosi è anche una malattia invalidante sotto il profilo della qualità di vita, con risvolti negativi a livello sociale, relazionale e lavorativo: la malattia causa difatti ansia, discriminazione, paura, giornate di malattia e rischio di perdere il posto di lavoro; problematiche, quindi, di estrema attualità e importanza.

Ma la conseguenza sicuramente più grave e invalidante per la donna stessa e per le coppie è che l’endometriosi porta ad infertilità. Nelle donne affette da endometriosi il tasso di gravidanza è difatti inferiore al 2% per ciclo mestruale, contro un valore del 20% in condizioni normali, con una riduzione quindi della possibilità di avere figli di 10 volte.

L’infertilità  diventa quindi un aspetto fondamentale di cui il medico deve tener conto e che deve affrontare nel momento in cui si appresta alla diagnosi e alla cura dell’endometriosi; dal canto suo, questa patologia condiziona poi l’approccio diagnostico e terapeutico per la cura dell’infertilità per le coppie che decidono di rivolgersi alla fecondazione assistita. La medicina riproduttiva è difatti un’opportunità terapeutica da intraprendere grazie agli elevati tassi di successo che caratterizzano questa tecnica.

Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi passi in avanti sul fronte terapeutico-assistenziale ma anche istituzionale dell’endometriosi: nel 2016 la malattia è stata inserita dal Governo Italiano nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti; infine, da marzo 2017 sono entrati in vigore i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderata e grave.

 

 

L’obesità è considerata o uno dei principali problemi di salute pubblica del 21° secolo, avendo assunto ormai i connotati di un’epidemia globale.

I recenti dati emanati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono preoccupanti: a partire dal 1975 la diffusione dell’obesità a livello mondiale si è quasi triplicata attestandosi al 13% e coinvolgendo quindi 650 milioni di individui al di sopra dei 18 anni, più di 340 milioni di bambini ed adolescenti tra i 5 e i 19 anni e 41 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni.

L’obesità è una patologia tristemente nota per le sue serie complicanze cardiovascolari, come diabete, ipertensione arteriosa, ictus, infarto miocardico, aterosclerosi. Questa lista ora è destinata ad allungarsi coinvolgendo aspetti della salute di pertinenza non cardiologica ma squisitamente ginecologica: sempre più evidenze indicano ormai che l’obesità si associa ad esiti avversi sia materni che perinatali, nonché compromette la fertilità.

Sul fronte materno, oltre ad aumentare il rischio cardiovascolare per la donna, l’obesità diventa un serio problema anche per la gravidanza, poiché aumenta il rischio di aborti così come di complicanze ostetriche e neonatali, con conseguente riduzione del tasso di nascita di bambini in buona salute.

Ed è appunto anche sulla salute dei figli che l’obesità lascia la sua temibile impronta perché per i nascituri essa è un importante fattore di rischio d’insorgenza di malattie croniche – soprattutto nell’adolescenza e in età adulta – come le patologie cardiovascolari, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia, il diabete, l’osteoporosi, nonché di tumori. Ciò sottolinea che l’impatto negativo dell’obesità delle donne gravide (preesistente o acquisita durante la gestazione) sulla salute dei loro figli inizia già sin dal loro concepimento.

L’obesità nella donna ha effetti deleteri anche su un altro aspetto della procreazione, ossia la fertilità. Varie evidenze hanno documentato che le donne obese presentano problematiche nella funzionalità dell’apparato riproduttivo. Per esempio, a parità d’età e condizioni socio-ambientali è stato osservato che tra le donne con peso corporeo in eccesso del 10-46% rispetto al peso ideale, circa il 20% soffre di disturbi del ciclo mestruale – come l’assenza di mestruazioni, chiamata amenorrea in termini medici -, mentre tra quelle con un eccesso di peso superiore al 75% rispetto al peso ideale il numero di disturbi mestruali aumenta a oltre il 50%. Uno studio (il Nurses Health Study) ha dimostrato inoltre che le donne obese (con un indice di massa corporea superiore a 30) avevano un rischio circa 3 volte più alto d’infertilità rispetto a quelle normopeso. Vi è poi il riscontro clinico che le donne obese abbiano una minore probabilità di una gravidanza di successo o comunque abbiano un rischio maggiore d’interruzione spontanea della gravidanza dopo trattamento per infertilità o dopo avvenuta fertilizzazione, rispetto alle donne normopeso.

Queste osservazioni suggeriscono che l’eccesso di peso e l’obesità giochino un ruolo importante nei meccanismi che portano ad incorrere nell’infertilità. Basti pensare, solo per citare qualche meccanismo a titolo esemplificativo, che l’obesità può modificare i livelli di insulina prodotta dal pancreas, causando un’eccessiva produzione di ormoni sessuali maschili (androgeni) tale da determinare cicli mestruali irregolari, riduzione dei cicli ovulatori e, conseguentemente, bassi tassi di fecondità; oppure che il grasso in eccesso che si deposita o a livello delle ovaie può interferire con lo sviluppo embrionale e causare aborti spontanei; oppure il problema della sindrome dell’ovaio policistico, una patologia femminile strettamente connessa all’obesità che riduce notevolmente la capacità di concepire in quanto si associa ad un’aumentata produzione di ormoni sessuali maschili (iperandrogenismo) e a disfunzioni mestruali, con assenza di ovulazione (cicli anovulatori).

Pertanto, alla luce del drammatico aumento dell’obesità attualmente in corso e delle sue rilevanti sequele sulla sfera riproduttiva, sulla salute dei nascituri e sugli esiti della fecondazione assistita diventa estremamente importante sensibilizzare le donne sulla problematica e attuare strategie di prevenzione e correzione del disturbo “obesità”, consigliando e incoraggiando fortemente le donne sovrappeso o francamente obese a normalizzare il loro peso corporeo, con la consapevolezza che anche solo una modesta riduzione del peso può aumentare le probabilità di ovulazione spontanea o indotta. In tale contesto, è fondamentale quindi che i medici diagnostichino l’obesità e raccomandino modifiche del comportamento alimentare e dello stile di vita con diete e aumento dell’attività fisica per ridurre il peso nelle donne prima del concepimento di un bambino o prima di sottoporsi alla fecondazione assistita.

 

Fonti

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